Ulmus minor Miller
Nome dialettale: ulm, orme, olme, urmu, ulmin.
Caratteri generali
Albero che negli esemplari secolari poteva superare i 30 m di altezza. Tali piante non sono più osservabili perché negli anni ’60 la grafiosi, una malattia fungina causata da coleotteri, li ha distrutti, come quasi tutte le piante adulte di Olmo campestre d’Europa. Prima di questa ondata epidemica, la specie era considerata molto longeva. Appartiene alla famiglia delle Ulmaceae.
Ecologia
Un tempo, era uno degli alberi più tipici del paesaggio agrario italiano; ciò, grazie alla grande adattabilità della specie.
Nonostante la grafiosi, giovani alberi si possono ancora osservare in una molteplicità di ambienti, che spaziano dai boschetti ripariali di pianura, frequentemente inondati, agli incolti asciutti delle zone montane, fino a 1000 m di altitudine.
Impieghi
La grafiosi ha quasi annullato gli utilizzi attuali della specie che, in passato, furono davvero molteplici: il legname, duro e tenace, ma facilmente lavorabile e resistente all’acqua, è stato adoperato fin dai tempi antichi, per costruire utensili, ruote, carri, botti, travi, pali e mobili rustici, tavole da usare sommerse, per mulini o pontili; il legno aveva discreti usi energetici, anche se restio a farsi spaccare; in ambito ornamentale, l’olmo campestre abbelliva maestosamente parchi, giardini e alberate stradali; le sue radici estese erano sfruttate per consolidare terreni e contenere l’erosione lungo fiumi e canali; nella medicina popolare aveva impiego per le proprietà astringenti, antinfiammatorie, emollienti ed espettoranti, soprattutto della corteccia interna (floema); non ultimo, le vecchie cortecce e le cavità dei vecchi alberi offrivano sicuro rifugio a insetti, pipistrelli e uccelli, come il picchio e l’upupa.
Curiosità
L’olmo campestre fu una delle principali specie utilizzate come albero tutore nell’allevamento della vite, che ha dato origine a dei sistemi di coltivazione quali l’alteno (dal latino altus, alto; autin, in dialetto piemontese), di origine etrusca, e la piantata padana, dalla genesi longobarda, quest’ultima considerata tipologia di coltivazione endemica dell’Italia settentrionale.
Entrambi i sistemi consistevano nella piantagione di alberi da fusto, atti a sorreggere le viti “maritate”, a formare festoni o pergolati sospesi; ciò consentiva, al di sotto, di coltivare grano, foraggi e ortaggi, sfruttando al massimo gli spazi, proteggendo il suolo da compattazione ed erosione e creando ombra e microclima favorevoli. L’Olmo campestre risultava estremamente adatto a tale scopo, per la grande resistenza alle potature e alla capitozzatura. Le ramaglie di risulta (frasche) di tali operazioni e le nuove foglie che si formavano, erano considerate dagli allevatori ottimo foraggio per il bestiame.
Fu anche pianta “alimurgica”: i giovani frutti, simpaticamente definiti “pane di maggiolino”, venivano consumati nelle insalate, o nelle frittate dai più fortunati.
Per l’ottima resistenza all’acqua, anche da verde, Ulmus minor è stato adoperato per costruire piccole barche, timoni, pontili; Venezia si regge anche grazie a pali di questo olmo.
Ebbe pure impiego militare per creare i fusti dei cannoni e in certe località il legname era ad uso esclusivo dell’esercito.
Più pacificamente, anticamente si riteneva che le foglie facessero venire il buon umore, forse perché, anche nel recente passato, insieme alla corteccia, venivano masticate per alleviare il mal di gola o applicate alle ulcere cutanee. L’olmo, per Greci e Romani, era simbolo di passaggio e soglia, di confine tra mondi, legato al sonno e ai sogni; Virgilio, nell’Eneide, descrive un olmo che cresce all’ingresso dell’Ade, l’oltretomba.

